Weblog in versi di Giovanni Monasteri
 produzione poetica provvisoria e instabile   
semilavorati in lavorazione
 


Giovanni monasteri Non son chi fui; perì di noi gran parte
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   domenica, 28 ottobre 2007

déi prefer
(improve your english)

Ho letto Manzoni e Foscolo, ma non solo.
Il Morgante del Pulci, le Stanze
del Polizano, la Secchia del Tassoni.
Ho un background discreto di studi classici
(sì, faccio per vantarmi).
Da giovane traducevo
Esiodo Pindaro Alceo,
oltre che Cicerone.
Ma, a parte l'arteriosclerosi e l'oblio
che tutte cose involve (to involve?),
sono un illiterate, non c’è rimedio.
 
Non riesco a imparare l’inglese.
E tampoco l’americano.
Eppure studio, m'impegno,
tra i preferred figurano e frequento
diversi web magazine, ascolto dischi,
mi guardo film con Tom Hanks e Julia Roberts
subtitled per i deficienti.
La mia lingua materna è una lingua
antica, gallo-italica,
con influenze arabe e catalane.

A scuola, ai miei tempi, si studiava
due lingue ugualmente straniere:
l’italiano e il francese.
 

Whitman e la Dickinson li capisco
quasi col solo ausilio del dizionario
e senza testo a fronte,
ma non so rispondere on the fly
a un banale whereareyoufrom.
Non so quanti anni ho, che ora sia,
che giorno della settimana
(questo in nessuna lingua).
Appaio perplesso persino quando asserisco
che my name is Jowàni (con una en).
 
Per fortuna c'è Anna
che mi aiuta a capire.
Lei conosce a memoria tutto Shakespeare
(compresi le allegre comari e esiulàikit).

Mi spiega che la causa, la vera causa
del rincaro del pane
è la fame: ma non fame di pane
(di quella non ce ne fotte,
no matter), sibbene
una fame più perniciosa d’ogni altra fame.
 
Dice che i coltivatori del Montana,
quelli che irrigano i campi con gli aeroplani,
non hanno più interesse,
habent no longer interest
in investing sul grano.
Déi prefer granoturco e girasoli,
much more.
E non per farci mais in boatta
e olio (indispensabile
per friggere il pollo nei KFC
e patate nei McDonald):

col frumentone e con i sunflower
ci fanno, udite udite,
biodiesel: gasoline!


Exercices

The market is the market;
the business is the business;
the war is the war;
the wheat is the wheat  is the wheat...;
the war is (the) business;
the wheat is not gasoline;
she
fries the potatoes in the gasoline;
Anna's Panda isn't a SUV;
Dèi eat fried potatoes;
I like wheat bread with sesame;
the fried chicken is like a Cheeseburger.

 

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 00:51
            .
   giovedì, 25 ottobre 2007

Nuovi e vecchi Feaci

Prendo in prestito l'affollata ribaltina di Proteus per passarvi due preziosi consigli di lettura di Zena Roncada, nuova collaboratrice dei Feaci e autrice di due belle quarte di copertine dedicate a due buoni poeti. Uno, Lino Di Gianni, è già noto ai Feaci; dell'altro, Massimo La Spina, siamo felici di approfondire adesso la conoscenza.
Vi posto per intero le due "quarte" di Zena, con l'auspicio che i Feaci interagiscano sempre di più tra di loro. O che almeno, superando la tipica ritrosia dei poeti, comincino a fare conoscenza, a uscire dal recinto del proprio blog e/o delle proprie abituali frequentazioni.
G.M.



***
C'è una sorta di patto con la poesia nei versi di Massimo La Spina: la richiesta di dar voce ad un paesaggio di eventi interiori, “frammenti d'universo”, attraverso due percorsi.
Il primo coincide con l'assunzione di un “codice muto”, che rifugge dagli accenti alti, dai toni sopra le righe (neppure una maiuscola a suggerire un desiderio d'elevazione), e dichiara la sua propensione al silenzio e ai segni nudi, la sua vocazione a restare sottotraccia, fraterno alle parole del giorno che “stentano” e alle ore che “faticano”.
La seconda strada passa per la scelta di una stazione d'osservazione: una postazione laterale, mai in medias res, collocata ai bordi delle cose, nella dimensione temporale dell' “è già tardi” o dell' “ancora no”. In questa non coincidenza, in questo scarto di fase, si chiede alla poesia di non essere cronaca, né programma di intenti futuri, ma eco di una timidezza schermata e trattenuta, che si traduce in ripensamento a margine, in rilettura differita.
La poesia accoglie questa domanda multipla e diventa luogo della confidenza con l'anima: spazio dell'interrogare, non dello spiegare, e spazio dell'ascoltare, non dell'affermare. Area, ad alta “densità personale”, dunque, in cui affiora il “cosa c'era”, attraverso un ri-andare, un ri-cordare ricondotto alla sua origine (cor, cordis, cuore), al suo essere, cioè, la “seconda volta del cuore”, “di un cuore nomade / circondato da troppi infiniti”.
La poesia di Massimo La Spina anche per questo si fa, a sua volta, “nastro bianco”, che annoda immagini (i movimenti e i modi del sentire) e con la loro superficie mossa dialoga sottovoce.

Zena Roncada - Nota introduttiva a
"In levare", di Massimo La Spina, Feaci Poesia/Feaci Edizioni


***

È tanto fondata nel vivere e nell’aver vissuto, la poesia di Lino Di Gianni, da sembrare di volta in volta una panchina, un banco del mercato, oscillante fra stoffe e pesci, un’aula o una cucina, dove basta uno strofinaccio pulito per fare tavola e tovaglia.
Una casa, soprattutto.
Perché, lì, gli spazi si contraggono, fino a tener vicini i tempi e le presenze.
Perché, lì, gli oggetti si prestano i fumi e i pensieri: in forma d’immagine pellegrina che fa dire, altrove, di occhi,/ caldi/ come patate cotte sotto la cenere.
Perché, lì, i viaggi scelgono la forma e hanno lunghezze e transiti d’amore: tavola, divano letto.
 
Leggere la poesia di Lino Di Gianni, allora, trova il senso e la via dei gesti quotidiani: come tagliare il pane, incontrare il suo interno forzandone passaggi/ le difese.
Si esce puliti e leggeri: niente è in vendita, niente appare.
Dentro le piccole vite nelle casseruole, la parola trova un nitore essenziale. La sua verità.

Zena Roncada - nota introduttiva a "Le temps de cerises", di Lino Di Gianni. Feaci Poesia/Feaci Edizioni

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 18:52
            .
   sabato, 20 ottobre 2007

Le parole che restano

L'isola dei Feaci è sempre lì, in attesa di nuovi naufraghi (anche se da mesi non se ne aveva notizia). E così càpita di dare ricetto a una straniera, offrendo ascolto, stavolta, a una voce che, se appare sommessa, quasi consumata dall'afasia e dal silenzio, stupisce per la dolcezza, l'affabilità e la precisione delle sue modulazioni.
"Chi arriva porta cose sue", dice Teréz. Lei ha un esiguo bagaglio di carte corrose dalla salsedine, logorate da un assiduo lavoro di sottrazione; ma il racconto è così intenso, e penetrato così a fondo nelle fibre, che anche nelle lacune, negli strappi e nelle reticenze riusciamo a leggerlo.
Il naufrago, come sempre accade, proviene da un'altra isola, da una necessaria e quasi aristocratica distanza, da un luogo che è lo spazio ideale e congeniale della scrittura, dove "Le parole non ciabattino tra letti sfatti e odore di avanzi". Là, nell'isola, è avvenuta una condivisione, si sono rivelate delle affinità. E non vogliamo dire di più, per non tradire la promessa di custodire per noi, lasciandole quasi invisibili,
le parole nostre.



Isola
 
Lei sta lì. Sembra in attesa. Di qualcosa. Di qualcuno.
Aspettare – temere. Aspettare – sperare. Stare immobili senza aspettare. Attendere.
E lei sta lì e vede gli sbarchi e li subisce, li metabolizza, li gode. Chi arriva porta cose sue. Si mette comodo, si apparecchia la tavola, si fa apparecchiare la tavola, mette in tavola il vino della sua terra e mangia il pane che trova. Fuggiaschi d’atavica fame, pirati d’insaziabile fame, ingordi mercanti e fuggenti giostrai, viandanti senza meta, contadini in attesa del raccolto, poi via.
E lei sta lì ed è quella che fu ed è quella che in lei fu seminato dimenticato sepolto, è lei nei vuoti di quello che le fu tolto.
E lei sta lì e da lontano sembra che attenda, specchio magico di sguardi d’approdo. Isola.


..... ...


Gesti di vecchi mai incontrati. Ricordi di case mai abitate, mete su strade mai imboccate. Volo «sopra al bosco, fitto dell’assenza». Muschio su rocce in acqua corrente. Lo specchio del mare oltre la valle – feritoia nella granitica attesa di silenzio.
Le parole nostre. Le parole che mancano.


( da "Le parole nostre", di Teréz Marosi )

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 02:08
            .
   domenica, 14 ottobre 2007

Ri-Riscritture

[Scrivere il suo nome, ora, è come
contornare di nero un  alone
che resiste a ogni cancellatura.

Ma se riappare il pallido disegno
che parve bello, malfatto, impossibile,
io di nuovo lo imbratto, lo cancello.

E spalmo sgorbi e sbaffi e colature
con risolute pennellate che
travolgono velature e indecisioni.

Ma ci si arrende infine: ciò che è scritto
è scritto. E questa tenue scialbatura
non regge a nuovi graffi.]

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 11:13
            .



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