Weblog in versi di Giovanni Monasteri
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   sabato, 21 aprile 2007

Anche questa è una riproposta.  Dopo di che dovrei aver esaurito il repertorio.... "sìii... arrivo!".
Scusate, devo spegnere.



Munnàri
(Le donne che mondano cicoria)

Il tempo passa, passano il tempo
con l'uncinetto, con il coltello
che monda le verdure di stagione.

Sono due voci roche
per un solo racconto. Le dita
passano su ogni foglia dieci volte
prima di strapparla, ed è un rosario
di soli misteri dolorosi.

Due voci, un coro stanco per cantare
e piangere gli stessi morti, enumerare
le medesime piaghe, nel deserto
dove l'angelo passa ogni notte
e non segna, non trova la porta.

Nelle pause dell'una, segnalate
dall'ansito perfetto, in contrappunto
l'altra viene cantando
la stessa canzone, sfibrando
gli stessi cardi induriti.

E non cessa il lavoro della lama
e non cessa la recita sapiente
neppure quando non resta
che il cuore verde da
tornire ancora, ancora smozzicare.

Il capo accenna, le mani filano tessono
ricamano lustrano: fanno
tutto ciò che sanno e sapevano.

Non alzano mai lo sguardo dal grembiule,
accarezzano la fronte degli agonizzanti,
cantano anche per sé la ninnananna
che tutti possa per sempre addormentare.

Due vecchie nere e sole
cantano la canzone con la voce
che non so e non cesso d'inseguire.
E mai l'ho intesa così amara, mai
così dolce.
 

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 18:43
            .
   mercoledì, 18 aprile 2007

Siamo alle riproposte. Tanto per interrompere un altro racconto.
Scritta alcune estati fa, pubblicata in un altro blog (da un altro me stesso).

Vento di luglio

E’ nei giorni più caldi d’estate
che viene il vento sulle colline.
Ogni frutto è caduto, consumato.
Dalle pietraie la gramigna e il cardo
spandono al vento i semi.

Nel giardino della rivista
di fai da te e giardinaggio
s’alzano vortici di paglia.
Non gli sono propizi questi climi,
questa terra non l’ama.

Dopo l’arsura, anch’io ora patisco
un vento infuocato, carico
di semi d’erbe grame
simili a grano ingiallito e mai mietuto.

Selvatiche spighe tenaci
si agitano e premono ai recinti,
lanciano piccole frecce
nelle aiuole assediate, nei solchi vuoti.

Il loglio ha pregato che il vento
giungesse prima del fuoco.
Tutte le terre incolte
fremevano alle brezze, nell’attesa
non della pioggia ancora, ma del vento.

E il vento venne, spargendo semi e incendi
dove ormai poche viti
cercano un sostegno, dove mai
più imbiondirà il grano.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 21:37
            .

Scrivere il suo nome, ora, è come
contornare di nero gli aloni
residuati da cancellature,
spalmare sbaffi e sgorbi e colature
con risolute pennellate che
travolgono velature e indecisioni.
 
Come un antico inchiostro mi svaniva
sul quaderno la vita, che in quel punto
lasciò segni indecisi, decisivi,
passione che per viltà o necessità
si mutò nella sua decifrazione.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 00:55
            .
   lunedì, 16 aprile 2007

Il romanzo è concluso - C’è uno strappo,
una lacuna proprio nel punto
dove l’enigma stesso era svelato
di come avvenne che ci fu sottratto
il cuore del racconto.
 
Rischiavo di non averti mai incontrata
senza alcune tardive, un po’ abusive
interpolazioni dove infine
figura un nome, il tuo: d’una persona
che mi appare estranea del tutto.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 22:33
            .
   domenica, 15 aprile 2007

Il ritratto è concluso - Mi allontano
ma quasi più non vedo che abrasioni,
macchie, aloni sul muro.
Era bello, sembrava perfetto.
Devo averlo guardato troppo a lungo,
leccato raschiettato
lacerato. Più niente ne rimane.
La luce è grigia, il chiaro si confonde
con lo sfondo e lo scuro.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 14:13
            .
   martedì, 03 aprile 2007

Non avendo scritto niente di nuovo, e in previsione di una lunga assenza (dovuta non solo alla mancanza d'ispirazione), ripropongo una poesia già postata, scritta un paio d'anni fa. 
Non la ritengo particolarmente riuscita, ma ci sono molto affezionato.
Buona Pasqua a tutti, anche agli amici disaffezionati.
Un saluto speciale alla mia torva musa, che non mi detta più niente ma forse, chissamai, mi legge.



Zoom In - Zoom Out
(L'amore ai tempi di Photoshop)
 
Bellissima. Quasi più vera che di persona,
nel monitor a diciannove pollici.
 
Mai ti vidi così nitidamente.
Le efelidi che traspaiono dal fondotinta,
il piglio altero e scostante,
il dispettoso startene in posa:
"basta che ti sbrighi"; e quella ruga
disperante, che solo tu vedevi,
di diffidenza e di risolutezza.
E l'altera bellezza che già teme
la luce troppo cruda, l'inquadratura
ravvicinata - Il tuo fastidio, in genere,
per la vicinanza eccessiva.
 
Quel broncio, che mi piacque
quasi più che il sorriso, la tua dolcezza
camuffata e delusa, l'ottuso rancore:
tutto in esatta evidenza,
ad alta risoluzione.
 
Traffico a lungo col mouse, zoom in e zoom out.
Vizio onanistico, pura contemplazione.
Ti allontano e avvicino, e come Alice
diventi grande e piccina. Ti accarezzo
e ti tocco, ti clicco
col cursore a forma di lente, di nuovo, ancora,
fino ad entrare nel tuo sguardo come
in un torbido acquario. Zoom out,
e torni dolce e arcigna, un ovale
un po' quadrato, angoloso,
pressoché a grandezza naturale.
 
Mi tolgo gli occhiali per guardarti
da più vicino. Posso persino
ruotare l'immagine di novanta gradi
e inclinare il mio capo, simulare
una vicinanza orizzontale – La tua bocca!
E' ancora più rossa, più bella, dopo l'upgrade
di questa postazione telematica
che a lungo, a lungo patì l'accesso negato
e fu lei stessa una porta sbarrata.
 
"Ma smettila, smettila di chiamarmi amore",
sembra tu mi ripeta. Zoom in
sull'ombra di tristezza e di livore
nello sguardo, sulla piega lieve
di disgusto e sussiego in quella bocca
che dalle mie impronte insolenti
indovino persino a pc spento
(malgrado ogni tuo schermo, devi ammetterlo,
ti tocco ancora, ancora).
 
Zoom out, amore. Vattene di nuovo,
e che io non sappia dove.
Non possa più giungermi di te
né buona né mala nuova.
Zoom out, finché non diventi
che un francobollo, una caccola
in fondo al desktop – Sparisci, vattene
dalla mia mente.
 
Zoom in – Resterò al tuo cospetto,
immagine in me chiusa come un figlio,
altare, simulacro. Resterò
finché l’infinitesimo dettaglio,
ogni più tenue macula o vena
non ricalchi il disegno del sigillo
da sempre in me stampato,
figura che riconosco e mi somiglia.
 
E sarà infine svelato il segreto
per cui tutto ciò che io sono e mi fu ignoto
si rivolse a te, da te agitato
fino al fondo più oscuro – Zoom in
nell’occhio che si allarga a dismisura.
Ed ecco, non sei niente: nulla più
resta di te nel fosco paesaggio,
in quel bosco indistinto, giù, nell’iride
dove finisce il viaggio.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 00:25
            .



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