![]() Weblog in versi di Giovanni Monasteri
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produzione poetica provvisoria e instabile semilavorati in lavorazione |
Meditazione
Insondabile, immenso.
Non dico dell’universo,
ma di casa mia, del suo disordine
che non è caos, ma entropia.
Specificatamente della perdita
d’informazione, prima che di senso.
Di tutto ciò che da secoli,
da milioni di anni oramai,
non butto via, non rassetto:
di opuscoli carte bollette
libri cd dvd
depliant dell’Auchan
arcaici dattiloscritti.
Penso, e questo pensiero
un poco mi consola,
d'essere un'infinitesima frazione
dell’immenso frattale
fratto in milioni di milioni
di coglioni come me intasati
di cose e indistricate cognizioni
che Morte spazzerà via.
Come da una pagina del diario
C'è sempre il mare, il mare nei miei sogni.
La sveglia suona nel pozzo del sonno
e io mi sveglio e non so che notte sia,
di che mese, di che settimana,
in quale letto e secolo e tomba.
Il mare è poco distante,
la stazione non è molto lontana.
Di notte il vento e i treni
fanno lo stesso rumore.
Marghera, novembre 1988
stazione di montaggio 215 - linea 3
Era vecchio, chissà se vive ancora.
Vecchio, grasso e giulivo.
Ricordo quella volta che i due jolly
gli accordarono il cambio per un'ora
perché all'ora del rancio
suonasse il mandolino.
Riusciva a divertirci, noi tifosi
dell'ultima in classifica,
persino raccontando di come lui e sua moglie
facevano o non facevano l'amore
e imitando il fischio lamentoso
della sua pistola-avvitatore.
Era grasso e malato, ma rideva.
E come sapeva ridere,
il menestrello blu!
Ora quella stazione
è deserta. Né uomini né macchine
fischiano e sparano più.
Dappertutto è silenzio, anche fuori
da quella galera. Sia lode
al Milan, a Maradona
e all'artiglio di platino
che avvita svita punzona.
Ottobre 1988
L'origine del Canzoniere
“Parlami”, lei diceva. “Non toccarmi,
ancora”. E dopo avermi accarezzato,
un po' pietosi e un poco divertiti,
i suoi occhi pazzi
s’erano spiccati da ogni cosa,
in voli divergenti, come a
cercare e accogliere più spazio.
Magari stava solo
guardandosi le unghie,
mentre si stiracchiava
per uggia o desiderio. “Non toccarmi,
parlami, prima.”
Ma io volevo solo
baciarla, poiché tutte le parole,
fuorché il suo nome, eran fuggite via
come sciame d’uccelli.
Solo dopo, a lungo, le parlavo
tra i capelli odorosi. E lei dormiva.
(Un titolo ci vorrebbe proprio)
Tra antichi sterri e fossi d’acqua morta,
oltre una cancellata verde e rossa
di borraccina e ruggine, ho contato
sette alberi stecchiti (tigli? faggi?).
E’ quasi aprile ma non hanno ancora
gemme né foglie, pure così verdi.
Dentro scuri panneggi, inguantati
d’edera fino alle più alte cime,
sono pasto d’insetti. Guasti, morti.
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SCRITTURE PARALLELE Ancora di abeti |
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Si parlava di alberi, io e Anna
L'abete, quel povero albero
che dicono abete di Natale,
mette una tale tristezza, e lui stesso
pare così infelice,
se il giardiniere ne piantò uno solo.
L'infelicità puoi riconoscerla
in un vegetale, in un cane
come in una cassiera (mettiamo).
Io la riconosco anche in un sasso.
Ne ho, per dire, qualche cognizione.
Nasce così, già sbocciato,
l'abete: è un pino estroverso
per habitus e conformazione.
E' tutto un dispiegare di grandi ali,
proteso ai voli, estroflesso,
disarmato: l'abete
è un richiamo, l'attesa di un abbraccio.
Spampàna fiducioso le sue fronde
a quel che viene, al sole e alle intemperie.
Come le creature umili, è sensibile,
socievole. L'abete
è fatto per insinuare i rami tra i rami
di un abete sodale, vuole almeno
un compagno della sue specie
(ma si contenta di una compagnia
arborea purchessia).
Niente è più compassionevole
di un abete solo
in mezzo alla campagna - o come quello
che reclina la cima, muto, croce
di se stesso, davanti al mio poggiolo.
Invano ho lasciato chiusa la finestra
ogni mattina: non m'è riuscito
di soffocarlo. Per qualche giorno
ha dormito, ma riecco il ticchettio,
il rodio nella mensola, dentro il muro,
maledetto tarlo. Che non sia
la mancanza d'aria il suo ossigeno?
Lo tiene in vita questa asfissia?
(Ha ragione l'amica, e questa chiosa
è frutto del suo ingegno:
il tarlo è nella mia testa di legno).
Ripostigli
Laggiù, a millequattrocento miglia
da quassù, noi abbiamo una casa
(il solenne plurale di mia madre
abbraccia anche il buonanima,
oltre che i quattro figli). In quella casa
possediamo, noialtri - si badi
e se ne prenda scrupolosa nota -
quarantadue cassapanche
e trentanove armadi,
per non dire di una ventina
di bui, catacombali ripostigli.
Le stanze in cui entra un po' di luce,
quelle che danno sulla strada,
sono solo un paio. Più una terza,
cieca, che però ha un lucernario.
Il resto è un succedersi intricato
di retrostanze cripte sottoscala.
Quella sì è una casa
(così sostiene mia madre):
una casa adatta a conservare.
Per dormire, a che serve la luce?
Ma ora che non abbiamo più la paglia,
né cannizzi col grano e botti e giare,
né damigiane impagliate e mezzalore,
che c'è da conservare?
Se non c'è traccia di forni e tanure,
di lemmi e di cafisi e di carbone,
di fornacelle e di cavagni e concole,
di madie e trespi e di lasagnatori,
di conserve in burnìa e legna e versoi:
ora, ci domandiamo,
cosa conserva mia madre?
Nessuno ne ha idea: lo sa lei;
ma quando vado a trovarla in automobile
(station wagon del novantasei)
m'implora di portar giù i vestiti vecchi
e ogni altra cosa smessa o poco usata
ch'io rischi, non sia mai, di buttar via.
Prego che non accada tanto presto,
ma è scritto che accadrà. E' necessario
che io torni laggiù prima o poi.
Non in vacanza estiva, ma per sempre,
perché si compia, in uno con la vita,
il mio, nostro destino e l'inventario
delle cose perdute.
Vecchio ciclista
(annuncio ad A.)
Sai, quel prozio che fu ciclista un tempo
(vinse una Catania-Enna
nel millenovecentrotrentanove)...
Te lo ricordi?
Teneva una Bianchi in soggiorno,
accanto alla televisione. Si vedeva
solo il manubrio a tortiglione,
coperta com’era da un drappo
che pareva prezioso, damascato.
L’ho visto l'ultima volta la scorsa estate.
Stava seduto al balcone
in pantaloncini e canottiera.
Ansimava nell’ultima salita,
le caviglie gonfie, tumefatte.
Farfugliava qualcosa su una figlia
morta nel cinquantanove. Poi mi porgeva
un foglietto, un referto cardiologico.
“Che c’è scritto?”, mi chiese.
… Stenosi aortica severa,
edema alla regione pretibiale…
“Niente: dice che devi star seduto
all'aria aperta, non ti affaticare”.
E lui già m’indicava
con la mano tremante, estastiato,
la stupenda veduta. “E che aria! Guarda:
il castellazzo, lo stadio, la cattedrale..."
Le rondini volano basse al mio paese.
Che cielo in quella stagione!
Ho saputo ieri che da mesi
ha toccato il traguardo.
Ode a una camicia
Sola una, delle tante mie camicie,
resiste ai lavaggi in lavatrice.
Ad ogni stiratura tutte le altre
(roba da grande magazzino),
appaiono qua e là magagnate,
stinte sdrucite maculate,
consunti i colletti e i polsini.
Una sola conserva inalterata
la sua brillantezza primigenia.
Il disegno a quadri è delicato,
tenue come filigrana,
di un limpido azzurro-mattino:
un colore che non può dirsi “tinta”,
ma intrinseca luce di zaffìro.
E’ morbida, liscia al tatto.
le grinze si lasciano spianare
docilmente dal ferro da stiro.
Non si può certo dire che io sia
un Lord Brummel, quanto a eleganza.
Di firme non m’intendo, non distinguo
la iuta dall’organza.
Eppure questa che vi canto è mia,
la mia camicia, e chi la stira e bacia
non è la colf, l’odalisca
di un magnate dell’alta finanza,
di un emiro o pascià: son proprio io.
Ma anche se non fosse così chic,
camicia il cui nome di camicia
non dice che tesoro di camicia
indegnamente, fieramente indosso,
lei, nobile classic shirt, capo esclusivo,
classico che non passa mai di moda,
resistente agli insulti del tempo
e dei detersivi - se anche fosse
contraffatta la griffe, e il tessuto
un ordinario polimero,
sarebbe pur sempre la mia
camicia prediletta.
Mi fu donata, dono di Natale,
da una ragazza (un amore da niente,
di nessun pregio, insulso, vile, effimero:
il più precario, certo il più rimpianto
fra i tutti gli amori dismessi).
Ho sognato mio padre.
Eravamo io e lui
in una grande cucina,
seduti a un tavolo deserto
(sparecchiato per sempre).
Entrambi tacevamo, gli occhi bassi.
Lui era aggrappato al suo bicchiere,
io al mio. Vino rosso.
A turno, con gesto spossato,
ci versavamo da bere.
Con fatica, poi, rantolando,
scostava indietro la sedia
per tastarsi le tasche
in cerca del suo pacchetto di MS.
Non lo trovava e riprendeva a bere.
Gli vietarono il fumo, oltre che il sesso,
dopo l'operazione al cuore.
Meditazione vipassana poco ortodossa
I - Sabato mattina
Poiché sono mortale
e questo caffè mattutino
potrebbe essere l’ultimo che bevo,
questo verso l’ultimo che scrivo
e questo respiro
di non molti respiri precedere
l’ultima espirazione, a addio poemetti
e grandi, anzi mediocri aspirazioni
(intanto ho finito le sigarette,
e questa meditazione
potrebbe essermi stata ispirata
dal memento mori cubitale
stampato sul pacchetto vuoto);
Poiché non sono immortale,
dovrei intanto fare economia
di respiri, rasserenarmi.
Fermarmi, se mai è possibile:
chiudere gli occhi, controllando
la respirazione, e concentrarmi
per recitare questo (che mi frulla
in testa da un paio di giorni)
poemetto in forma di giuramento
(se vorrà confermarsi in una forma):
Nessuno dei miei pochi giorni
sia cancellato, disperso,
disprezzato - chiudi la bocca,
non parlare, respira col ventre
e con il cuore. Conservi, la bocca,
la dolcezza
di ogni labile bacio:
come un’ampolla sigillata,
che l’étere non svapori.
Disegni la mia carezza vuota
il contorno di un viso dileguato.
Chiudere gli occhi - chiudi semplicemente
gli occhi e respira piano,
lascia andare la mente, lasciala andare...
Rasserenarmi, cessare
ogni combattimento, non spaventare
l'ombra fragile che ha il suo viso, ancora,
e la sua figura, il suo nome.
Rellentare i battiti del cuore
(del cuore, del cuore, del cuore…),
sincronizzarli al respiro,
normalizzare, regolare il ritmo...
Non è facile: i versi, come il cuore,
hanno qualche extrasistole
se ripenso ai suoi occhi
e al resto; perché l’amore
come il fumo nuoce alla salute,
provoca perturbazioni circolatorie.
Ma non smetterò di fumare.
Non voglio, amore: mi piace.
Non ti dimenticherò, posso riuscirci.
E questa non è una minaccia:
è un voto, una preghiera,
stupida.
Come gemme quegli occhi, in aeternum,
custodirò nel sacrario del cuore.
Non mi scioglierò dal ricordo
dell’abbraccio che altri, i malevoli,
dicono dimenticato.
Nessun amore sarà mai più dolce
e più saldo e più certo
dell’amore di cui ebbi certezza,
se pure è perduto, finito (come altri dice,
non senza ragionevolezza).
II - Dopopranzo, ancora senza sigarette
Altre ne ho amate, poi.
Non molte: un paio. E non avrei potuto
credere di poterle amare, e perciò amarle,
non fossi stato certo di amare te,
di non averti mai dimenticata.
Su questo arduo concetto, a dire il vero,
trovavo un veemente disaccordo,
specie se lo esponevo a letto,
dopo aver fatto l’amore.
L’oblio, mi si obiettava, è necessario
come sgombrare la tavola dei piatti sporchi
e degli avanzi.
Ma cosa abbiamo, fuorché la memoria?
Ogni storia è il prosieguo della storia
di cui siamo scrittori e scrittura:
noi, che non possiamo cancellare
senza perdere e perderci.
L’oblio è privilegio degli dèi,
che la speranza non sanno
perché non hanno ricordi.
Va’ tu senza voltarti: io ti seguo,
perché non sia il nulla alle tue spalle
quando ti volterai. E tu, lontana,
rimani dietro le mie,
a fianco di chiunque tu sia.
Ora mi alzo: fine
della meditazione vipassàna.
Vado a comprare l’ultimo pacchetto
di sigarette, poi smetto
per almeno una settimana.
Non posso andare più per una via
che frana dietro i miei passi,
che ogni giorno ha il suo inizio dall’abisso,
inseguito dal vuoto ad ogni passo.
III - lunedì pomeriggio
[continua]
sms natalizi
[26 dicembre 2005]
"Un mondo di auguri", una mi scrive.
Io rispondo: "Altrettanti".
Lo saprà lei se sono pochi o tanti.
E un ex amico: "felice Natale".
E io, perfidamente:
"Altrettale".
"Non mangiare troppo e pensami un poco,
Alice Mainardi".
"Alice, troppo tardi".
"Sei un maiale. Adriana"
"Non so chi tu sia, ma se ti piace
posso dirti puttana"
"Possa gesù bambino... "
(la vecchia cugina monaca)
"Certo che può, suor Clemente:
stiamo parlando dell'Onnipotente".
Non poteva mancare un essemmesse
(che non è, ahimé, una risposta)
a un numero da tempo ormai dismesso:
"sei sempre nel mio cuore e nella mente,
numero inesistente".
Mi dicono che sono autobiografico.
E riferirlo qui è una conferma
del fatto che lo sono, autobiografico.
Ma "io sono autobiografico" somiglia
al paradosso del mentitore.
Mento se dico "sono un autobiografo"?
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