frutta secca
(una vecchia poesia)
Della mia eroica fanciullezza
ho ancora ricordi, tristi alcuni.
Nidi predati, mandorli bruciati,
uno stecco piantato a gennaio
che non mise mai foglie. Ricordo
i mandorli bacchiati con le pertiche,
e gli ulivi, e una pioggia di mandorle
simili a tante piccole mani giunte.
Ho potuto vedere, oltre che scriverne,
case di pietra e calce. E mangiare
pane di grano mietuto con la falce.
Non sono ancora vecchio, eppure ho visto
davvero, e anch'io ne stupisco,
pecore cane e pastore
bere tra le pietre del torrente
come nel presepe. Non era, no,
una vacanza esotica,
né un servizio alla televisione.
La mietitura, sì, e la trebbiatura
sull'aia. E la raccolta delle olive,
delle noci, delle nocciole.
Le dita fra le zolle erano rapide
come i becchi dei polli nel mangime.
Ho visto versare l'olio nelle giare,
salare il cacio, cuocere il pane
nel forno a legna, il pane che non manca.
E fiori, naturalmente.
Fiori d'ogni colore e d'ogni stagione:
persino tra le foglie ampie del fico
sdraiato come un asino sull'erba.
Ero così piccolo
che il mio cavallo era un cane.
Si chiamava Giordano.
Quando il cane morì
fu una pessima annata
per il grano e le noci.
Non aveva piovuto, o chissà cosa.
Nei gusci avvolti in ragnatele nere
non c'era che muffa. Delle mandorle,
poi, restava un pugno di gherigli
e molti gusci da ardere.