Weblog in versi di Giovanni Monasteri
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   sabato, 25 novembre 2006

I defy you, stars!

Non era un uomo istruito, mio padre
(sia pace alle sua ossa tribolate).
Ma aveva fatto la guerra, del mondo
visto un bel po': la Germania, Milano,
e Grecia e Francia e Napoli. Poi basta.
Parlava due o tre lingue: l'alemanno,
un petit peu di francese e il vernacolo
del paesello (un arcaico idioma
gallo-italico, bella lingua e morta).
L'italiano lo odiava. E anche l'itaglia.
Piccolotto di taglia, arabo e un poco
normanno e longobardo e catalano,
Massèr Griöli era un grande e felice
rapsodo, un uomo arguto e appassionato,
specie al terzo bicchiere - Ma che vino,
amici! E che racconti!

Storielle buffe, perlopiù inventate,
com'erano - diceva - i film di Ringo
o le storie dei libri: storie, appunto.
Gli urgeva sempre in gola una risata
ma non rideva mai: gli occhi ridevano,
se meditava frottole e facezie.
E sapeva a memoria quattro canti
dell'Inferno, nonché un intero brano
del Romeo e Giulietta in traduzione
ottocentesca. "Stelle, io vi di-isfido",
tuonava, minacciando il lampadario
con la strenua forchetta.
Poi se ne stava immobile per ore,
la testa sprofondata tra le braccia
conserte sopra il tavolo. Fingeva.
Fingeva di dormire, non voleva
si capisse che era infelice.
 

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 12:10
            .

In ufficio

Dovrebbe essere insonorizzato
questo intelligent building,
questo acquario del cazzo.
Non dovremmo sentire nulla,
più nulla, murati a vita come siamo
tra così spesse vetrate.

Ma il mio ufficio è presso l'autostrada,
vicino alla tangenziale,
dirimpetto al centro commerciale:
balugina qualche luce natalizia
nell’acquerugiola oziosa.
E tutto il giorno ho nella testa il rombo
dei tir, incessante (o il rumore
dei condizionatori?).

Un collega canticchia in falsetto
"Amore..." e non so cosa. Pare un gattino
sofferente, gnaulante, le orecchie
tappate dalle cuffiette.

Nel grigio sonnacchioso
striato di fuochi lividi
il fumo, forse il fuoco
di fumaioli letali (il petrochilmico).
Sono stanco, stanco, stanco.
Stanco. E anch'io insonnolito
come non avessi dormito
- o non mi fossi mai svegliato (amore)
in tutti questi anni.

 

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 12:09
            .

Ricordando G. C.

Quel moncone di ponte che additava
la montagna lontana, sporgendo
da un dirupo franoso, là sopra una strada
che solo tu vedevi
tra saggine e ginestre e pietrame;
quel ponte (mi spiegavi) non era un ponte,
ma un antico acquedotto.
Me lo dicevi come confidando
a me solo un segreto.
Non c'era anfratto e maceria
e leggenda che tu non conoscessi
di quelle nostre contrade.
 
Acquedotti. Ce n’erano tanti,
in epoca romana, ai tempi
di Massimiliano Erculeo (dicevi):
specie dove ora la campagna
era più arsa e spoglia. Poi, brandendo
uno stecco come una spada,
indicavi anche tu un preciso punto
all’orizzonte, dove terminava
il tuo ponte-acquedotto.
 
Sei morto l'anno dopo. Ora io solo
so del balzo di quelle antiche acque
da lì all'opposto arido versante
lungo l’immenso ponte.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 12:07
            .



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