Weblog in versi di Giovanni Monasteri
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   venerdì, 30 giugno 2006

Canta un uccello tuttodì e non sa
altro suono che la sua bella voce.
Un verme, lì infogliato, ascolta muto
il bel canto, incantato. Avrà un suo modo,
un verme, di sentire e ricantare
il canto degli uccelli, fosse pure
la vibrazione di una foglia e il modo
di passeggiarvi e manducarla - ma
sordo ai richiami che non hanno voce,
rostro crudele e occhio di serpente,
l'uccello per un attimo si tace,
si avventa su di lui, lo taglia in due,
lo sbatacchia, lo sugge, lo maciulla.
E a sfringuellare poi seguiterà.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 00:11
            .
   lunedì, 26 giugno 2006

insight

Mi scrisse: ho i capelli più lunghi,
lo sguardo ancora più triste.
Io rileggevo, la guardavo a lungo.
L'avevo conosciuta a prima vista.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 01:20
            .
   sabato, 24 giugno 2006

post-post-illam

Che cosa squallida erano i tuoi amori
nel tuo triste racconto! E quanto vile
e misero sarebbe stato il nostro
nel tuo astioso compendio
senza il mio amoroso vilipendio!

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 11:52
            .
   giovedì, 22 giugno 2006

E' una poesia di Arden: ci credereste? Un po' fuori dal canone ardenesco, ma sempre di una poesia di Arden si tratta.
Il titolo l'ho messo io. Il testo ha a che fare con alcune interazioni tra l'autrice e un (finto) aspirante suicida.


Altre interazioni


Non mi piacciono i suicidi.
I sudici suicidi.
I sadici suicidi sucidi.
Gli scivolosi viscidi vischiosi disgustanti suicidi disgustosi.
Gli appiccicosi suicidi mucillaginosi.
Gli stupidi suicidi e gli striscianti.
Gli studiati suicidi cigolanti striduli guaenti.
I minacciosi freddi suicidi.
I limacciosi liquami da suicidio.
L'odore dolciastro.
Lo stridio di denti.

Anna Setari

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 20:55
            .
   martedì, 20 giugno 2006

Teologia frattale

C'è un mondo in ogni mondo, all'infinito,
e l'universo è un atomo di un mondo
ch'
è un atomo di un mondo - all'infinito.
Siamo punti adiacenti, distanti.
Un dio bambino, uno scolaro strabico
ci ha disegnati su un foglio
per tracciare linee a matita.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 23:45
            .

Di nuovo estate. E ancora non decido
che voglio farne. Me ne andrò lontano.
Non al mare o in montagna, ma lontano
da ogni stagione. Me ne andrò nel luogo
dove da sempre vivo.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 23:05
            .
   venerdì, 16 giugno 2006

Oggi un sogno s'avvera: la mia Grazia
e fosca Parca e Musa ha salutato
questo inizio d'estate risplendendo
in una bianca blusa (finalmente!)
sopra una camicetta da ragazza
che imita in fiori e tralci allegorie
di primavere: tre, per l'esattezza.

Così, indecisa tra le due stagioni,
dopo un inverno lungo e primavere
che non hanno saputo mai fiorire,
sorride e non sorride, luce-mia.
Ma è tutta un sorriso risplendente
quando si volge e si allontana lieve
come lieta e pensosa allegoria.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 23:23
            .
   giovedì, 15 giugno 2006

Agrifoglio

Conosco poco le piante,
ancora meno i fiori, a parte le rose.
Ho lo sguardo introflesso, offuscato
da una tristezza antica - sono cieco
a ciò che non abbia almeno le dimensioni
del furgone rosso del fioraio.

Spesso per giorni interi non guardo affatto,
non vedo nulla, sono distratto.
Solo in compagnia di una signora
ho veduto talvolta fiorire
la riviera in aprile - qui nel loco
dove vivo da anni, a Oriaco, inver la Mira,
(Dante, Purgatorio, canto IX),
il paese che dicono dei fiori,
la Sanremo del Brenta.

Sono finito qui, in questo fiorito
esilio, per una beffa
del destino, per qualche
legge del contrappasso: da bambino
era uno spasso per me veder bruciare,
mietuto il grano, le stoppie
frammiste a papaveri rossi.
E in quel fuoco rabbioso gettavo
fiori rosacei di malva, rosmarino.
Più che l'aroma, credo mi piacesse
vederli contorcersi, soffrire,
sfrigolare e dissolversi infine 
come in una piccola esplosione.

Ora no, non possiedo
piante da martirizzare e fiori, a parte
un potus (credo), un tralcio lungo lungo
giallastro itterico floscio
che non si decide a morire.
Il vaso sta dentro un corbello
di vimini, o forse di canne,
appeso a una cordicella.
Di verde ho solo il fegato, suppongo.
Verde come la milza e le coratelle
di certi polli stantii.
E in bocca un sapore acre d'acetosella. 

M’intendo poco, infine,
di fiori e affini, come tutti i vecchi
nostalgici e biliosi.
Ne ho conosciuti, oh sì - ed eran fiori! -
quando li regalavo a una ragazza.
Me ne viene in mente una sola,
solo uno (a parte le rose):
un iris bianco e turchese. 

I fiori Sono cose
che hanno tutti più o meno dei pistilli,
uno stelo… Cos’altro?… una corolla….
Però di nomi ne ricordo tanti,
Potrei elencarne cento in un minuto.
Erica margherita rosa viola,
tutti nomi di donna, di colori.
Mi domando se siano così belli
i nomi, i nomi dei fiori,
perché lo sono i fiori o viceversa.

Ma oggi, in una conchiglia di madreperla
(un soprammobile, forse una bomboniera),
io vedo un ramoscello
che subito riconosco: un agrifoglio.
Le foglie simili a valve, vulve dentate,
spinose, e quelle bacche
rosse come corallo, come lamponi...

Non so chi fosse la sposa, lo sposo.
E’ probabile che fiore e conchiglia
siano finti. Eppure, finalmente,
un agrifoglio è un agrifoglio
è un agrifoglio è un agri-
foglio.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 09:14
            .
   lunedì, 12 giugno 2006

Il nemico


E' vero, siamo in guerra,
la gente ha paura - e ha ragione
ad avere paura,
perché ad ogni angolo c'è un nemico
(un celtico, mica uno slavo o un magrebino).


Guardate quanto in fretta
un uomo attraversa la strada semideserta
dell'ormai risanata e sicura
periferia di una periferia,
o come rapidamente si richiude
il pesante cancello di un villino
cinto da muraglioni di gelsomino
e di bosso. Possono ucciderti.
Specie se sei un bianco, possono ucciderti.
Ed è peggio dell'indifferenza,
peggio della solitudine
la morte civile di quello
che pure è solo un orpello: il cittadino,
il civis della tribus.

E' sempre più difficile
finire la propria giornata
integri e onestamente, salvaguardare
un bene raro e prezioso come il buon nome
nel quartiere assediato, dove speri
che nessuno mai ti conosca,
ti riconosca (è raro ormai che qualcuno
metta la targhetta col cognome
sopra lo spioncino, sulla porta).

Un'eletta genia di malfattori,
di tutori dell'ordine, di assassini
vigila siepi e marciapiedi, scruta
nella buca della tua posta,
negli appositi contenitori
delle pile esaurite e d'altri rifiuti
(rigorosamente differenziati).
Sono dappertutto: negli uffici,
in chiesa, al lavoro, al bar (mai seduti),
davanti ai garage, dal panettiere,
nelle associazioni di volontariato.

Vi aspettano nell'atrio,
sui pianerottoli dei condomini,
dove volentieri e amabilmente
si fermano a scambiare due parole.
Non guardateli mai negli occhi,
non rispondete al saluto,
non intrattenetevi a conversare
con loro, mai, neppure del tempo
o di come le scale
siano mal lavate. Tacete,
se vi parlano - non assentite,
né interrogate.

Scansate ogni loro parola:
sarete comunque loro vittime,
ma eviterete di essere loro complici.
Perché una parola che dicono
è una pubblica scudisciata,
una frase decreta la gogna
per un uomo o una donna,
un discorso incita al linciaggio
e alza un patibolo. Ogni loro sillaba
è un delitto.

Nessuno può dire di loro
che non siano brave persone.
Rispettosi di tutte le leggi,
ottemperano ai doveri
dei buoni cittadini:
nessun gesto che sia
meno che decoroso,
conforme, informato al buonsenso.

Dicono parole giuste, che puoi trovare
in tutti i catechismi, sui giornali:
discorsi da cui nessuno
potrebbe dissentire, che nessuno
saprebbe neanche approfondire.
Nemmeno un conduttore di talk show,
un prete, un malpensante, un cardinale
ci troverebbe niente da censurare,
avrebbe da ridire.

Hanno orrore del sangue
(e certo ne avranno le mani sempre nette),
fiducia fiduciosa nella giustizia,
però in quella giusta e non faziosa.
Preferiscono ai carabinieri
la pulizia. Sono pacifisti,
alle mosche non fanno male,
ma solo alle zanzare.
Al massimo esporterebbero la democrazia.
 
Sono belli e curati nell'aspetto,
mitemente sorridono.
indossano tailleur, giacca & cravatta
(tinta neutra, taglia conformata),

in estate una polo ben stirata,
una tuta griffata se escono
col sacchetto della spazzatura
e il pitbull al guinzaglio. “Niente paura,
non morde, è mansueto”.

Sono i perfetti, sono i paladini
del politicamente corretto.
Ma più levano alte le mani
e fanno un profondo inchino
come davanti a un altare, pronunciando
la parola Rispetto, più vi spiano,
v'inseguono fin dentro casa, dentro il letto,
morbosi, gelosi e famelici
dell'aria che respirate,
occhiuti come la morte, livorosi.

Quel bon ton, quella distinzione
e quegli apprettati colletti
non brillano, non si distinguono
se loro non passeggiano a capo alto
nell'abiezione, in qualche marciume,
o se ovunque volgano lo sguardo
non vi sia una stortura, un'infrazione
a una legge ch'è legge di natura,
una macchia anche piccola ma deturpante,
un difetto da niente
che zelanti e infallibilmente
loro vedono scansano additano
-con garbo, con discrezione!


   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 18:53
            .
   venerdì, 09 giugno 2006

Un morbo d’altri tempi

Il barman del bar di via Riviera,
quello gentile, alacre, un po' anziano,
col pizzetto puntuto, curioso,
che sempre ti sorrideva…
                                 
Mi chiedeva
di te, i primi tempi. “E la signora?”.
Una volta gli dissi: “dorme ancora”.
Un’altra volta ch’eri malata:
“Niente di grave, è solo influenzata”.

La tua grazia lo aveva conquistato.
Eppure non sapevi dire altro
che buongiorno. Ero io a ringraziare,
a rispondere prego, a interloquire,
se capitava.
Ma lui guardava te, ti vezzeggiava
con lo sguardo, ti amava.

Per qualche tempo poi mi vide solo,
incupito, poi ancora
in compagnia di una nuova signora.
Il tempo di bere un caffè
e "buonasera, grazie". Salutava

a stento, era quasi sgarbato.
Ai miei tempi - pensava -
non ci si risposava così presto.

Ti supponeva morta - io supposi -
da pochi mesi: certo per mia colpa,
perché tu, ah!, tu eri
dolce educata fine delicata.
E io sicuramente un puttaniere
da cui t’eri buscato il mal francese.

Un uomo d'altri tempi. Che ne sapeva
dell'amore? E io, suo coevo,
che ne sapevo?

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 00:34
            .
   mercoledì, 07 giugno 2006

Fiume

Giugno. E' limpida l'aria,
infine, ma nebbioso il paesaggio 
nello specchio del fiume denso, lento,
grave di sterpaglia mista a limo
verdastro e foglie e anatre indolenti. 
Arrancano battelli da diporto
nel corteo triste dei fiori di maggio 
galleggianti, che a stormi trascorrono, 
bianchi uccelli in un cielo capovolto.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 21:07
            .
   martedì, 06 giugno 2006

Wireless

Wireless, senza fili (senza voce,
senza visione, senza sguardo, muto,
accecato, insordito, censurato,
disconnesso, sconnesso, oscurato),

come quella canzone doce doce
dentro il cuore il brusio mi risuona
dei tuoi pensieri, nel buio più nero,
nel silenzio assoluto.
Un canale criptato, una stazione
ben difficile da sintonizzare,
ma non per me (non è, ne sono certo,
una labirintite, un acufene).
Spegni anche tu la radio, la tv,
le luci, la platea dai mille occhi.
Quel fruscio alla finestra non è il vento,
sono io che ti penso.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 20:47
            .
   sabato, 03 giugno 2006

Poesie rubate


Lavanderia
                        
Ora che non c'è più niente
alla televisione
trascorro le serate
nella lavanderia a gettone:
ho una passione
per l'asciugatrice,
con il suo grande oblò;
ci metto giacche
pantaloni e golf
bagnati, tramortiti,
appiccicati,
e resto lì a guardarli
rinvenire:
la danza faticosa
e poi più audace
e via via più felice
e senza peso
di corpi vuoti
sempre più leggeri,
lanciati verso l'alto,
colorati,
braccia protese e gambe
avvicendate,
acrobati leggeri
e fantasiosi
di circhi immaginari
e immaginati.
Salti mortali, ruote
e capriole
fatte al rallentatore...
resterei ore
ad osservare,
penso sarei felice
anch'io
dentro l'asciugatrice
e vorrei un corpo d'aria
per danzare.
Ma arriva il click.

estraggo i miei vestiti
che vedevo leggiadri
ed ora, al tatto,
li sento un po' più ruvidi
e infeltriti.
Riempio il carrello.
E' proprio ora che torni.
Ma andando a casa
ammetto tristemente
che non dovrei lavarli
tutti i giorni.


Anna Maria Marinuzzi , da "Poesiastre"

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 16:14
            .



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