![]() Weblog in versi di Giovanni Monasteri
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produzione poetica provvisoria e instabile semilavorati in lavorazione |
Pausa
Non so bene cosa voglio fare di questo weblog. Un diario in versi pubblico forse non m'interessa più (a parte il fatto che la mia musa scontrosa tace).
Mi prendo un po' di tempo per riflettere.
Una blogger querelata dall'ex direttore della Padania
Sospendo le trasmissioni per darvi una notizia che vi lascerà allibiti. Pare che tale Luigi Moncalvo, noto conduttore televisivo (mai sentito nominare?) ed ex direttore della Padania, abbia querelato l'amica Anna Setari per un post che lo riguarda. Ne dà notizia la stessa Anna, qui. Ora, forse l'illustre giornalista non sa che Anna è una poetessa e che tiene due blog: uno in cui scrive versi (cioè cose che non credo interessino ai giornalisti della Padania), l'altro in cui chiacchiera del più e del meno con quattro amici. Mi domando se sappia cosa sia un blog, il signor Moncalvo. Forse ha letto quel post e, trovandolo piuttosto ben scritto, ha pensato: sarà un'elzevirista del Corriere della Sera, una comunista!
Il post è di tono satirico, come si può vedere. Ma quel signore, a occhio, non deve avere un grande senso dell'umorismo. Provate a vedere la trasmissione di cui Anna riferisce...
AAAnnuncio economico
Si scrivono poesie d'amore su commissione.
Serietà, esperienza, discrezione.
Pagamento anticipato.
Word 2003
(elenco puntato)
Scritta molti anni fa, cambiato solo il titolo, che in quella release era Word 7
T'immagino nei fine settimana
in compagnia di un amante precario,
un marinaio impiegato in dogana,
forse una doganiera, o baiadera
nei festivi e commessa nei feriali.
Negli altri giorni te ne stai da sola,
ostile ai tuoi ricordi - la tua casa
di là del ponte buio. E a te, lontana,
a un'isola da un'isola si spiega
il racconto tenace come l'onda
che tocca la tua sponda e mai approda.
Ti figuro così, là oltre un mare
che trama ponti d'alghe e li dissolve,
fra vite monche labili raccordi.
Doni rustici
Il buon vino nostrano che Minolfi
chiamava vino di vigna,
recatomi in dono però
alle sei di mattina in una tanica
di plastica - e l'olio,
olio d'oliva d'olivo,
scuro, denso. E le bacche di gelso
da mangiare all'alba a digiuno,
come da rigorosa prescrizione
della mamma, e olive nere
condite con quell'olio.
E origano e peperoncino
e pecorino pepato
e pomodori secchi fragranti,
sott'olio anche quelli: tutto ciò
portai alla mia ragazza veneziana
in un trolley bisunto.
Ah, era sempre più bella!
Ma lei: "Cosa vuoi farti perdonare?".
E poi: "Sei un coglione:
guarda, mi hai sporcato la tovaglia".
Nel lavello in cucina
c’erano due vasetti di yogurt vuoti
e niente sotto il nero baby doll,
a parte la coda di paglia.
C’erano quelle colline.
Io ero una pietra muscosa
di un casolare in rovina.
Niente avevo, se non l'orgoglio
di appartenere al mucchio
delle pietre cadute per prime.
"Le poesie non sono per l'amata,
ma l’amata per loro", mi scrivesti
stizzosa, amara forse. La sentenza
non era tua (non azzardavi mai
giudizio alcuno che ti riguardasse):
era una neutra, gelida
e virgolettata citazione.
Allora avrei bruciato - ti giurai -
quello ed ogni altro canzoniere al mondo
in cambio di un tuo bacio. Ora te brucio
nel vetriolo dei versi. E tu sei i versi
macerati che macerano il cuore.
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