![]() Weblog in versi di Giovanni Monasteri
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produzione poetica provvisoria e instabile semilavorati in lavorazione |
giovanni.monasteri[chiocciola] gmail.com
Baci e segreti
Era foresto, lui, anzi un terrone,
ma dell’amata conosceva tutto,
anche la lingua ormai: quelle sue dolci
blesità veneziane, più marcate
nel sussurro, e il vezzoso arrotondare
le O, o il prolungare alcune U.
Gli era noto il variare del sapore
dalla nuca al solco delle natiche,
lungo quella diafana vegetazione
di sudata lanugine da scorrere
con lievissimi baci.
E’ bello – le diceva – riconoscerti,
e vedere che tu sei ancora tu.
Ogni volta diverso era il suo bacio
(il suo di lui, avrebbe detto lei)
e ogni volta più intimo, più vasto.
Eppure era ormai il bacio di sempre,
la riproposizione di un discorso
concluso e ripreso dall’inizio:
non solo un bacio, ma un giro vizioso,
una parola d’ordine, una chiave,
il suggello di una riappropriazione.
– Sei qui di nuovo, sei di nuovo tu –
diceva ribaciandola. E di nuovo,
lungo l’esplorazione di rotonde
montuosità, di valli, di recessi,
di angoli – persino quelli acuti –
al dominio dei baci riannetteva
anche le asperità minime, i brufoli,
il nervo accavallato il lato oscuro
la bua il castron il piccolo segreto.
Infine (se poi aveva conclusione
quell’avventura scevra da sorprese),
era felice lui, e compiaciuto.
Si era inoltrato in più segrete pieghe
che le gole consuete – perché lei
era lieve era dolce era cedevole
nel secondare la passione. Inoltre
le piaceva parlare – e parlavano,
sghignazzavano anche, ripetendo
di ogni parte anatomica baciata
il nome strano in buffe traduzioni.
– Come si dice questo in Siciliano?
E questo? – Sticchiu, gammuneddu, cozzu,
curduzzu – rispondeva lui, e lei,
tutta aggricciata come per un
proditorio solletico, rideva,
e poi gli sussurrava nell'orecchio
quelle stesse parole in veneziano.
Tutto di lei sapeva, tranne gli occhi.
Non erano ogni volta gli stessi occhi,
nel fondo avevano un altro colore,
nuovi riflessi – acquamarina zàffiro
labirinti di specchi alghe nuvole
laguna e cieli in tutte le stagioni:
com’erano, dov’erano i suoi occhi?
Lei diceva di amarlo, e certamente
in questo non mentiva, era sincera.
Ma era con allarme che talvolta
lui scopriva una vena, un’eruzione
non rilevata dalla mappa: forse
una piccola ecchimosi. Per anni
così i baci percorsero sentieri
allumacati da altri baci, forse.
(Oriago di Mira, novembre 2016 :))
Nullo die sine linea
Una strofetta, una quasi poesia
vorrei riuscire a scriverla
stamattina (14.40,
leggo sulla taskbar).
Ma ho la febbre suina, il mal di schiena,
gli acufeni, la fotofobia.
Scriverò un sms all'amor mio.
A colei per cui sola zampilla
l'antica esausta vena.
Resistendo alla tentazione di scrivere una poesia d'amore
Di nuovo la cattiva ispirazione,
oggi che non piove e non c'è il sole
- la tentazione di scrivere all'amata
e dell'amore con le stesse parole
di quando l'amore era infelice
(no, non sono del tutto felice,
sebbene tu ogni giorno mi ripeta,
al telefono, che m'ami).
Di quella pena sento che potrei
soffrire ancora nel risentimento.
Ma non per colpa tua, per le mie colpe,
per una perversione dell'amore.
Sei così lontana in queste ore
di prefestivo silenzio - e già domani
splenderà su di me il tuo sorriso
tra le bionde cortine dei capelli
che come un baldacchino si chiuderanno
sul nostro cieco abbraccio.
Non scrivo nulla, amore. Chiudo gli occhi,
attendo che venga domani.
Non si sciupi nei versi l'amore
e i versi in un'eco di lamento.
Il sole dietro il lampione
(è una foto, non è una metafora)

Notizie
Cos'è accaduto, amore, in questi giorni?
Hai saputo dei morti in Afghanistan,
dei morti di Messina? Quanti sono
i morti? - E tu, amor mio,
come stai?
Sono ore che non ti vedo,
che non ti sento (ho spento il cellulare,
fonte di ogni informazione al mondo).
I tuoi bollettini amorosi,
le immancabili news mattutine
e le carezze e i baci telematici,
dolce supplemento ai baci dati,
riferiscono di astri e lune e nuvole
contemplate dal finestrino del bus.
So tutto del melograno, dei tuoi giuggioli,
del tuo giardino che non vedrò mai
anche se me ne porti le primizie;
so dei pianeti, delle figure
che disegnano nei lori giri
(ellissi più o meno schiacciate,
e tu sai calcolarne esattamente
la lunghezza e il momento);
di Venere che brilla come la luna
e che con lei svanisce nel giorno;
so le albe inviate via MMS,
i tramonti sulla tua laguna.
Grazie al tuo buonmattino, al mattino,
prima di alzare la persiana
so com'è la giornata,
se è nuvolo o c'è il sole. E qualche volta
ho una certezza: tra poco ti abbraccerò.
In sole due lunazioni per te forse
sono accadute altre e altre cose,
insieme ad albe e tramonti.
Per altri eventi hai trepidato,
oltre che per l'amore - ed anche questo
io so, perché so tutto ciò che puoi
dirmi di te, di noi - A me è accaduto
solo di amarti, e di pensare a te.
Amore
A contarle, le volte che mi dici
amore, persino tu
che sei brava coi numeri
perderesti il conto, amore mio.
Però dovresti solamente dirlo,
giammai scriverlo, amore, che mi ami.
Dell'amore non si dovrebbe scrivere.
Quella parola, non dovresti, amore,
scriverla in migliaia di sms.
Ciò che è scritto rimane, amore mio,
mentre l'amore, amore,
è così volatile (non ridere!).
Invano tentiamo di avvincerlo
coi lacci disperati degli avverbi
(ti amo tanto, ti amo davvero...).
Posso dirtelo a voce, sussurrartelo
dentro il piccolo orecchio, nella bocca
sulla nuca e dovunque ti solletichi
il mio fiato: ti amo (tanto, sì).
(E poi mi piacci, sì, con tante c).
Non so scrivere più dell'amore,
specie di quello che tu dici dolce
e vero. Per antica consuetudine
col disamore, sono arcigne e torve
le mie poesie d'amore – e poco adatte
a questo nuovo amore.
Ma l'amore, l'amore nei tuoi occhi
mi guarda con tanta dolcezza,
con tanto amore, e le tue parole
sono così benevole (la cosa,
ti assicuro, non è per me usuale),
e io ti amo tanto, ma così tanto
che rischio anch'io di scriverlo, senz'ombra
di dubbio e di fastidio, che ti amo.
Un amore quasi unico
La mia doce metà, quella che amo
segretamente (perché, lo confesso,
non è metà ma un terzo), dice che
mi ama tanto, sicché non disdice
alla sua condizione tutto il sesso
che facciamo. Lei giura che è felice
unicamente tra le mie braccia.
E non mente, lo è almeno in prevalenza.
In pochi giorni ho baciato più lei
che tutte le altre donne che ho baciato
in quarant'anni, e dei suoi baci ormai
non posso fare senza.
Lingua
Si scherzava, io e lei, sul sesso orale,
sulla lingua e con essa - Oh quanti sensi
e anditi e recessi
riuscivamo a leggere e a leccare!
Certo furono più gli sms
che le fellatio. Infine "è stato bello",
mi scrisse. E a questa non seguì altra glossa.
Caccia fotografica
Quell'anatrella azzurra, quasi blu,
scivolante in un lago di zaffìro
e oro fuso e adamante, che mi piacque
per i soli colori - era un germano,
una germana, ma di specie rara
(l'immagine è un po' troppo saturata
ma genuina, non fotoshoppata).
Dove l'ho presa, o l'ho ripresa, ora
non lo ricordo più.
Povero imperatore
Povero imperatore!
Dicono che è iniziata la sua fine,
che una tabe lo rode, un verme occulto
scava la sua forte fibra.
Un nemico invisibile, in combutta
con pochi ma tenaci sovversivi,
divulga notizie di capricci,
di vizietti senili che i catoni
bollano come peccati: oh, roba da poco,
debolezze di un uomo, un vero uomo,
veniali e di gran lunga meno gravi
d’altre sue malefatte - Però lui,
faro di virtù pubbliche
e benefattore della patria
non ha da rispondere a nessuno
della sua condotta privata.
Proclama, sondaggi alla mano,
che è all'ottanta percento, che è sereno,
e anche i suoi beffardi portavoce
giurano che il popolo lo ama
e che solo i nemici del popolo
lo chiamano furfante, menzognero,
vanaglorioso pagliaccio, depravato
e contraffatto dai capelli ai piedi.
Non ha paura, lui, non ha dubbi,
non rinuncia non abdica non molla.
Lui è pugnace prode generoso,
come tutti i giusti, perché vuole
il bene del popolo, dice.
Eppure, ora che l’astro è al suo apogeo
e mai rifulse di maggiore luce,
tanto che ubriaco della sua potenza
appare enfio e bolso più che mai
e vengono a omaggiarlo tutti insieme
gli altri sette potenti della terra,
si ha come l’avviso, l’impressione
che la fortuna baldracca gli si conceda
con qualche ritrosia.
I lacché i vassalli i ruffiani
applaudono ancora, però
con meno osannante clamore.
Ai suoi motteggi bislacchi
ridono ancora vergini e papponi,
ma la risata suona un po’ più fiacca,
mentre qualche garzone tra i più fidi
diserta la sua scena, i suoi festini.
Lo scettro, come lui giura, non smentito
dal racconto delle cortigiane,
tiene, regge e resiste, sostenuto
dalle flebo di viagra e apomorfina.
Eppure non è più lui, sulle sue gote
non è più roseo il trucco ma nocciola.
Il cerone si crepa con la gloria,
la maschera non cade, ma somiglia
sempre più alla sua faccia. E quando è solo
con la sua insonnia leggendaria e gli incubi
hanno il volto di donne oltraggiate
come i fantasmi di Riccardo III,
povero imperatore, si sente solo.
Mira Porte
... Una passeggiata a Mira Porte, mentre le bambine dormivano (non dovrei lasciarle sole).
Sempre più esiliato.
Come faccio a mettere in versi questo avvilimento. Come si fa.



Non rende, così piccola.
Adesso ho un monitor da 24 pollici,
un teleobiettivo 70-300 mm.
E un sacco di guai.
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Anna Maria Marinuzzi Misticanza |
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Ed eccomi qui dunque con questo carico di affetto per tale parlata, che si sposa magnificamente con l’endecasillabo italiano e col sonetto di Jacopo da Lentini, a commentare la poesia di Anna Maria Marinuzzi, poetessa romana non nel sangue (essendo lei romana d’adozione), ma per converso romana tanto, tantissimo nel cuore. [...] dalla prefazione di Renato Ornaghi
L’ispirazzione Me zompa ner cervello mentre scrivo, Quer coso de cui annate tanto fieri, Così succede pure a li sonetti:
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L'altra notte sognavo che ero morto
Tornavo dal lavoro stanco morto
e per le scale udivo come un coro
di orazioni, o di canti, un responsorio
di voci bianche e di amen cupi e gravi.
Che i miei vicini (perlopiù cinesi
e tunisini) stessero ascoltando
radio Maria, lo reputavo un fatto
non meno singolare dell'assenza
dello zerbino, che, come notai,
era sparito. Avrei congetturato
d'aver sbagliato scala, o condominio,
non fosse che appiccata sulla porta
era un'antica targhetta d'ottone
con, ancora leggibile, il mio nome.
Le luce nelle scale era un po' fioca,
sì che fu faticoso - in un intrico
di badge lucchetti e chiavi USB -
trovar la chiave, e avendola trovata,
infilare la toppa. Ma la porta
si apriva a un tratto, o mi veniva aperta,
quasi mi si aspettasse in casa mia,
dove vivo da solo – ma non ero
più vivo, mi pareva: ero disteso
sul letto, ed ero morto.
Il vestito era scuro, cereo il viso
come d'un morto. E morto ero davvero:
un morto inappuntabile e severo
tra quattro ceri, con le scarpe nere
e nuove e lucidissime (le suole
- pensai - giammai avrebbero calcato
la terra, e sulla terra camminato).
Avevo tutto ciò che deve avere
un morto, e che ad un vivo non disdice:
una camicia bianca, la cravatta,
tra le dita il rosario. Ero sereno,
parevo addormentato - ed ero serio,
come di certo si conviene a un uomo
in quello stato: dritto, e finalmente
ben pettinato.
Le mie sorelle erano assise in cerchio
intorno al letto, in abito da lutto,
giusta l'usanza, e addolorate il giusto.
Senza smettere la giaculatoria,
alzavano lo sguardo e con un cenno
salutavano me, che salutavo.
Curva sul capezzale era mia madre.
Mi scacciava le mosche dalla fronte
con un nero straccetto, e la baciava
rantolando il mio nome, disseccata
d'ogni voce oramai e d'ogni pianto.
Però anche lei s'avvide del mio arrivo,
mi salutò, m'indicò a me col mento.
"Se n'è andato", diceva, "e non toccava
a lui questa ventura: a me toccava".
"Non era vecchio, aveva cinquant'anni,
e un cuore così grande, così grande
che mai da Morte ne fu soffocato
uno più grande". Poi enumerò
altri miei pregi, mi narrò di nuovo
di quel parto podalico e di altre
birbonate e prodezze: di quand'ero
infante, poi ragazzo, di com'ero
bravo a scuola, il primo della classe,
e di come mi aveva perdonato;
perché ero stato, è vero, un po' scapato:
dedito a imprese oziose, un sognatore
svogliato – però tanto, tanto buono.
A dirla tutta, una testa di cazzo,
che con rara costanza e vero zelo
tradì ogni suo talento, ogni promessa.
Lo ammetto: mi commossi a questo punto.
Ero un reprobo, sì, ero colpevole
d'esser vissuto, e poi d'essere morto.
Come dire il dolore, la vergogna,
l'inutile, sincera contrizione
d'esser così mancato e di mancare
a me stesso e per sempre, dopo tanti
rinvii, speranze, attese fiduciose.
Avrei ancora, se avessi potuto,
indossato d'emblée quella carcassa,
col suo vestito nuovo - ma null'altro
potei che piangere, lì, ginocchioni,
allato dell'amato mio congiunto.
Rincasando
In che paese mai, in che contrada
vado errando stasera, che non trovo
la Romea, la mia strada verso casa?
Sono serrate tutte le serrande,
spenta ogni insegna. Le otto e mezza appena
ed è notte deserta – Ma qualcosa
divampa laggiù nel tenebrore
oltre le ferriere e le villette.
Un incendio, diresti, o un temporale,
bivacchi forse, o fuochi di ciminiere.
Non meno del tramonto
l’alba è ancora lontana, e di sicuro
quelli non sono lampi,
quel rombo non è tuono.
Non è di certo il crepitio e il bagliore
di una maschiata a una sagra
di paese, ché in questa buia landa
fitta di strade e di covi di umani
non ci sono paesi, e tanto meno
santi patroni.
Forse lampeggiano gli ultimi fuochi
di una tardiva, fioca contraerea.
Maschiata: Dial. per per scoppi di mortaretti, o anche fuochi d'artificio. I lessicomani possono cunsultare qui.
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