Weblog in versi di Giovanni Monasteri
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arden in Nullo die sine linea...
proteus2000 in Nullo die sine linea...
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   giovedì, 19 novembre 2009

Baci e segreti

Era foresto, lui, anzi un terrone,
ma dell’amata conosceva tutto,
anche la lingua ormai: quelle sue dolci
blesità veneziane, più marcate
nel sussurro, e il vezzoso arrotondare
le O, o il prolungare alcune U.
Gli era noto il variare del sapore
dalla nuca al solco delle natiche,
lungo quella diafana vegetazione
di sudata lanugine da scorrere
con lievissimi baci.   

E’ bello – le diceva – riconoscerti,
e vedere che tu sei ancora tu.
Ogni volta diverso era il suo bacio
(il suo di lui, avrebbe detto lei)
e ogni volta più intimo, più vasto.
Eppure era ormai il bacio di sempre,
la riproposizione di un discorso
concluso e ripreso dall’inizio:
non solo un bacio, ma un giro vizioso,
una parola d’ordine, una chiave,
il suggello di una riappropriazione.
– Sei qui di nuovo, sei di nuovo tu –
diceva ribaciandola. E di nuovo,
lungo l’esplorazione di rotonde
montuosità, di valli, di recessi,
di angoli  – persino quelli acuti –
al dominio dei baci riannetteva
anche le asperità minime, i brufoli,
il nervo accavallato il lato oscuro
la bua il castron il piccolo segreto.

Infine (se poi aveva conclusione
quell’avventura scevra da sorprese),
era felice lui, e compiaciuto.
Si era inoltrato in più segrete pieghe
che le gole consuete – perché lei
era lieve era dolce era cedevole
nel secondare la passione. Inoltre
le piaceva parlare – e parlavano,
sghignazzavano anche, ripetendo
di ogni parte anatomica baciata
il nome strano in buffe traduzioni.
– Come si dice questo in Siciliano?
E questo? – Sticchiu, gammuneddu, cozzu,
curduzzu
– rispondeva lui, e lei,
tutta aggricciata come per un
proditorio solletico, rideva,
e poi gli sussurrava nell'orecchio
quelle stesse parole in veneziano.

Tutto di lei sapeva, tranne gli occhi.
Non erano ogni volta gli stessi occhi,
nel fondo avevano un altro colore,
nuovi riflessi – acquamarina zàffiro
labirinti di specchi alghe nuvole
laguna e cieli in tutte le stagioni:
com’erano, dov’erano i suoi occhi?
Lei diceva di amarlo, e certamente
in questo non mentiva, era sincera.
Ma era con allarme che talvolta
lui scopriva una vena, un’eruzione
non rilevata dalla mappa: forse
una piccola ecchimosi. Per anni
così i baci percorsero sentieri
allumacati da altri baci, forse.


(Oriago di Mira, novembre 2016 :))

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 01:21
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   lunedì, 16 novembre 2009

Nullo die sine linea


Una strofetta, una quasi poesia
vorrei riuscire a scriverla
stamattina (14.40,
leggo sulla taskbar).
Ma ho la febbre suina, il mal di schiena,
gli acufeni, la fotofobia.
Scriverò un sms all'amor mio.
A colei per cui sola zampilla
l'antica esausta vena.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 14:13
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   sabato, 07 novembre 2009

Resistendo alla tentazione di scrivere una poesia d'amore


Di nuovo la cattiva ispirazione,
oggi che non piove e non c'è il sole
- la tentazione di scrivere all'amata
e dell'amore con le stesse parole
di quando l'amore era infelice
(no, non sono del tutto felice,
sebbene tu ogni giorno mi ripeta,
al telefono, che m'ami).
Di quella pena sento che potrei
soffrire ancora nel risentimento.  
Ma non per colpa tua, per le mie colpe,
per una perversione dell'amore.

Sei così lontana in queste ore
di prefestivo silenzio - e già domani
splenderà su di me il tuo sorriso
tra le bionde cortine dei capelli
che come un baldacchino si chiuderanno
sul nostro cieco abbraccio.

Non scrivo nulla, amore. Chiudo gli occhi,
attendo che venga domani.          
Non si sciupi nei versi l'amore
e i versi in un'eco di lamento.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 09:29
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   domenica, 18 ottobre 2009

Il sole dietro il lampione
(è una foto, non è una metafora)

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 22:52
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   lunedì, 05 ottobre 2009

Notizie


Cos'è accaduto, amore, in questi giorni?
Hai saputo dei morti in Afghanistan,
dei morti di Messina? Quanti sono
i morti? - E tu, amor mio,
come stai?
Sono ore che non ti vedo,
che non ti sento (ho spento il cellulare,
fonte di ogni informazione al mondo).

I tuoi bollettini amorosi,
le immancabili news mattutine
e le carezze e i baci telematici,
dolce supplemento ai baci dati,
riferiscono di astri e lune e nuvole
contemplate dal finestrino del bus.
So tutto del melograno, dei tuoi giuggioli,
del tuo giardino che non vedrò mai
anche se me ne porti le primizie;
so dei pianeti, delle figure
che disegnano nei lori giri
(ellissi più o meno schiacciate,
e tu sai calcolarne esattamente
la lunghezza e il momento);
di Venere che brilla come la luna
e che con lei svanisce nel giorno;
so le albe inviate via MMS,
i tramonti sulla tua laguna.
Grazie al tuo buonmattino, al mattino,
prima di alzare la persiana
so com'è la giornata,
se è nuvolo o c'è il sole. E qualche volta
ho una certezza: tra poco ti abbraccerò.

In sole due lunazioni per te forse
sono accadute altre e altre cose,
insieme ad albe e tramonti.
Per altri eventi hai trepidato,
oltre che per l'amore - ed anche questo
io so, perché so tutto ciò che puoi
dirmi di te, di noi - A me è accaduto
solo di amarti, e di pensare a te.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 00:05
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   venerdì, 02 ottobre 2009

Amore

A contarle, le volte che mi dici
amore, persino tu
che sei brava coi numeri
perderesti il conto, amore mio.

Però dovresti solamente dirlo,
giammai scriverlo, amore, che mi ami.

Dell'amore non si dovrebbe scrivere.
Quella parola, non dovresti, amore,
scriverla in migliaia di sms.

Ciò che è scritto rimane, amore mio,
mentre l'amore, amore,
è così volatile (non ridere!).
Invano tentiamo di avvincerlo
coi lacci disperati degli avverbi
(ti amo tanto, ti amo davvero...).

Posso dirtelo a voce, sussurrartelo
dentro il piccolo orecchio, nella bocca
sulla nuca e dovunque ti solletichi
il mio fiato: ti amo (tanto, sì).
(E poi mi piacci, sì, con tante c).

Non so scrivere più dell'amore,
specie di quello che tu dici dolce
e vero. Per antica consuetudine
col disamore, sono arcigne e torve
le mie poesie d'amore – e poco adatte
a questo nuovo amore.

Ma l'amore, l'amore nei tuoi occhi
mi guarda con tanta dolcezza,
con tanto amore, e le tue parole
sono così benevole (la cosa,
ti assicuro, non è per me usuale),
e io ti amo tanto, ma così tanto
che rischio anch'io di scriverlo, senz'ombra
di dubbio e di fastidio, che ti amo.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 16:20
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   mercoledì, 16 settembre 2009

Un amore quasi unico

La mia doce metà, quella che amo
segretamente (perché, lo confesso,
non è metà ma un terzo), dice che
mi ama tanto, sicché non disdice
alla sua condizione tutto il sesso
che facciamo. Lei giura che è felice
unicamente tra le mie braccia.
E non mente, lo è almeno in prevalenza.

In pochi giorni ho baciato più lei
che tutte le altre donne che ho baciato
in quarant'anni, e dei suoi baci ormai
non posso fare senza.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 21:45
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   venerdì, 21 agosto 2009

Lingua


Si scherzava, io e lei, sul sesso orale,
sulla lingua e con essa - Oh quanti sensi
e anditi e recessi
riuscivamo a leggere e a leccare!

Certo furono più gli sms
che le fellatio. Infine "è stato bello",
mi scrisse. E a questa non seguì altra glossa.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 13:41
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   giovedì, 13 agosto 2009

Caccia fotografica 

   

Quell'anatrella azzurra, quasi blu,
scivolante in un lago di zaffìro
e oro fuso e adamante, che mi piacque
per i soli colori - era un germano,
una germana, ma di specie rara
(l'immagine è un po' troppo saturata
ma genuina, non fotoshoppata).
Dove l'ho presa, o l'ho ripresa, ora
non lo ricordo più.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 10:41
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   martedì, 07 luglio 2009

Povero imperatore


Povero imperatore!
Dicono che è iniziata la sua fine,
che una tabe lo rode, un verme occulto
scava la sua forte fibra.
Un nemico invisibile, in combutta
con pochi ma tenaci sovversivi,
divulga notizie di capricci,
di vizietti senili che i catoni
bollano come peccati: oh, roba da poco,
debolezze di un uomo, un vero uomo,
veniali e di gran lunga meno gravi
d’altre sue malefatte - Però lui,
faro di virtù pubbliche
e benefattore della patria
non ha da rispondere a nessuno
della sua condotta privata.
Proclama, sondaggi alla mano,
che è all'ottanta percento, che è sereno,
e anche i suoi beffardi portavoce
giurano che il popolo lo ama
e che solo i nemici del popolo
lo chiamano furfante, menzognero,
vanaglorioso pagliaccio, depravato
e contraffatto dai capelli ai piedi.
Non ha paura, lui, non ha dubbi,
non rinuncia non abdica non molla.
Lui è pugnace prode generoso,
come tutti i giusti, perché vuole
il bene del popolo, dice.

Eppure, ora che l’astro è al suo apogeo
e mai rifulse di maggiore luce,
tanto che ubriaco della sua potenza
appare enfio e bolso più che mai
e vengono a omaggiarlo tutti insieme
gli altri sette potenti della terra,
si ha come l’avviso, l’impressione
che la fortuna baldracca gli si conceda
con qualche ritrosia.
I lacché i vassalli i ruffiani
applaudono ancora, però
con meno osannante clamore.
Ai suoi motteggi bislacchi
ridono ancora vergini e papponi,
ma la risata suona un po’ più fiacca,
mentre qualche garzone tra i più fidi
diserta la sua scena, i suoi festini.

Lo scettro, come lui giura, non smentito
dal racconto delle cortigiane,
tiene, regge e resiste, sostenuto
dalle flebo di viagra e apomorfina.
Eppure non è più lui, sulle sue gote
non è più roseo il trucco ma nocciola.
Il cerone si crepa con la gloria,
la maschera non cade, ma somiglia
sempre più alla sua faccia. E quando è solo
con la sua insonnia leggendaria e gli incubi
hanno il volto di donne oltraggiate
come i fantasmi di Riccardo III,
povero imperatore, si sente solo.

 

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 00:46
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   mercoledì, 17 giugno 2009

Appena saprò dove sono
tornerò: lo presento, lo prometto.
Purché nessuno sospirando aspetti,
m'insegni chi sono e dov'ero,
mi costringa a pensare, mi scriva,
o penetri col trillo del telefono
i miei tappi di cera.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 23:22
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   domenica, 17 maggio 2009

Mira Porte

... Una passeggiata a Mira Porte, mentre le bambine dormivano (non dovrei lasciarle sole).

Sempre più esiliato. 

Come faccio a mettere in versi questo avvilimento. Come si fa.

Mira Porte

 

Mira Porte

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 00:09
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   sabato, 28 marzo 2009

Non rende, così piccola.
Adesso ho un monitor da 24 pollici,
un teleobiettivo 70-300 mm.
E un sacco di guai.

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 12:17
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   lunedì, 16 marzo 2009

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 16:12
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   venerdì, 13 marzo 2009

Sterpi affioranti              

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 10:50
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   martedì, 10 marzo 2009

Il fotoamatore


Monto il grandangolo o il tele,
secondo l'estro. Dipende
da ciò che non voglio vedere.
Oggi mi allontano, ma domani
potrei andare a caccia di farfalle
(e fiori e bacherozzi) col mio nuovo
bazooka. Lascio fare all'autofocus,
che è insensibile e cieco come me
e di entomologia e di botanica
ne sa meno di me - Ma non importa:
quando zoomo le donne mi guardano.
Sono davvero molto ben dotato
come fotoamatore.

 


   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 23:53
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   lunedì, 09 febbraio 2009

Anna Maria Marinuzzi - Misticanza

 

Anna Maria Marinuzzi
Misticanza


Se non ci fosse il vernacolo, bisognerebbe davvero inventarlo. E ognuno ovviamente dovrebbe praticare e difendere il proprio; ma il sottoscritto, pur brianzolo credente e praticante della lengua del scior Carletto Porta, si è sempre sentito irresistibilmente attratto dalle cadenze gonfie di ponentino della parlata romanesca. Quante volte mi sono letto, riletto e straletto i sonetti del Belli! Sonetti davvero carichi di ineluttabilità, fotografie di un mondo in disfacimento quale era la Roma papalina del XIX secolo.  
Ed eccomi qui dunque con questo carico di affetto per tale parlata, che si sposa magnificamente con l’endecasillabo italiano e col sonetto di Jacopo da Lentini, a commentare la poesia di Anna Maria Marinuzzi, poetessa romana non nel sangue (essendo lei romana d’adozione), ma per converso romana tanto, tantissimo nel cuore. [...]

dalla prefazione di Renato Ornaghi

 


L’ispirazzione

 
Me stavo a arovellà ner tentativo
de compone du rime o quer che sia:
però nun ciò la testa, nun ciarivo,
ché sto a pensà a una grana tutta mia.

Me zompa ner cervello mentre scrivo,
si ciò n'idea me se la porta via,
me lassa quer sapore un pò cattivo…
così, scusate, nun ciò fantasia.

Quer coso de cui annate tanto fieri,
pe' funge ar mejo, cari li maschietti,
dice er proverbio che nun vo' pensieri .

Così succede pure a li sonetti:  
vengheno mosci quanno semo seri:
mejo lassalli drent’a li cassetti!  


da Misticanza, di Anna Maria Marinuzzi



   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 22:21
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   giovedì, 05 febbraio 2009

L'altra notte sognavo che ero morto


Tornavo dal lavoro stanco morto
e per le scale udivo come un coro
di orazioni, o di canti, un responsorio
di voci bianche e di amen cupi e gravi.
Che i miei vicini (perlopiù cinesi
e tunisini) stessero ascoltando
radio Maria, lo reputavo un fatto
non meno singolare dell'assenza
dello zerbino, che, come notai,
era sparito. Avrei congetturato
d'aver sbagliato scala, o condominio,
non fosse che appiccata sulla porta
era un'antica targhetta d'ottone
con, ancora leggibile, il mio nome.
 
Le luce nelle scale era un po' fioca,
sì che fu faticoso - in un intrico
di badge lucchetti e chiavi USB -
trovar la chiave, e avendola trovata,
infilare la toppa. Ma la porta
si apriva a un tratto, o mi veniva aperta,
quasi mi si aspettasse in casa mia,
dove vivo da solo – ma non ero
più vivo, mi pareva: ero disteso
sul letto, ed ero morto.
 
Il vestito era scuro, cereo il viso
come d'un morto. E morto ero davvero:
un morto inappuntabile e severo
tra quattro ceri, con le scarpe nere
e nuove e lucidissime (le suole
- pensai - giammai avrebbero calcato
la terra, e sulla terra camminato).
Avevo tutto ciò che deve avere
un morto, e che ad un vivo non disdice:
una camicia bianca, la cravatta,
tra le dita il rosario. Ero sereno,
parevo addormentato - ed ero serio,
come di certo si conviene a un uomo
in quello stato: dritto, e finalmente
ben pettinato.
 
Le mie sorelle erano assise in cerchio
intorno al letto, in abito da lutto,
giusta l'usanza, e addolorate il giusto.
Senza smettere la giaculatoria,
alzavano lo sguardo e con un cenno
salutavano me, che salutavo.
Curva sul capezzale era mia madre.
Mi scacciava le mosche dalla fronte
con un nero straccetto, e la baciava
rantolando il mio nome, disseccata
d'ogni voce oramai e d'ogni pianto.
Però anche lei s'avvide del mio arrivo,
mi salutò, m'indicò a me col mento.
"Se n'è andato", diceva, "e non toccava
a lui questa ventura: a me toccava".
 
"Non era vecchio, aveva cinquant'anni,
e un cuore così grande, così grande
che mai da Morte ne fu soffocato
uno più grande". Poi enumerò
altri miei pregi, mi narrò di nuovo
di quel parto podalico e di altre
birbonate e prodezze: di quand'ero
infante, poi ragazzo, di com'ero
bravo a scuola, il primo della classe,
e di come mi aveva perdonato;
perché ero stato, è vero, un po' scapato:
dedito a imprese oziose, un sognatore
svogliato – però tanto, tanto buono.
A dirla tutta, una testa di cazzo,
che con rara costanza e vero zelo
tradì ogni suo talento, ogni promessa.
 
Lo ammetto: mi commossi a questo punto.
Ero un reprobo, sì, ero colpevole
d'esser vissuto, e poi d'essere morto.
Come dire il dolore, la vergogna,
l'inutile, sincera contrizione
d'esser così mancato e di mancare
a me stesso e per sempre, dopo tanti
rinvii, speranze, attese fiduciose.
Avrei ancora, se avessi potuto,
indossato d'emblée quella carcassa,
col suo vestito nuovo - ma null'altro
potei che piangere, lì, ginocchioni,
allato dell'amato mio congiunto.

 

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 10:18
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   domenica, 01 febbraio 2009

Rincasando


In che paese mai, in che contrada
vado errando stasera, che non trovo
la Romea, la mia strada verso casa?
Sono serrate tutte le serrande,
spenta ogni insegna. Le otto e mezza appena
ed è notte deserta – Ma qualcosa 
divampa laggiù nel tenebrore
oltre le ferriere e le villette.
Un incendio, diresti, o un temporale,
bivacchi forse, o fuochi di ciminiere.

Non meno del tramonto
l’alba è ancora lontana, e di sicuro
quelli non sono lampi,
quel rombo non è tuono.
Non è di certo il crepitio e il bagliore
di una maschiata a una sagra
di paese, ché in questa buia landa
fitta di strade e di covi di umani
non ci sono paesi, e tanto meno
santi patroni.

Forse lampeggiano gli ultimi fuochi
di una tardiva, fioca contraerea.



Maschiata: Dial. per per scoppi di mortaretti, o anche fuochi d'artificio. I lessicomani possono cunsultare
qui.  

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 20:21
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   mercoledì, 28 gennaio 2009

  In vetrina, dai Feaci
   

 

 

Se ad una raccolta di versi si affida un grano di poetica, una domanda, un modo di avvertirsi e di vedere, una prova di voce e di parola, credo che MELE ROSSE sia un contenitore denso di sensi, di rotte e di suoni, battello prezioso che approda ai Feaci in un passaggio dalla carta (Kepos edizioni, Roma 2004) al web.
 
Sulla soglia del titolo, Luigi Manzi (poeta che da sempre interpella la funzione vitale della scrittura, “il più bravo fra noi”, dice Elia Malagò, alludendo ai giovani di Quinta Generazione), invita alla sua poesia sul filo di una suggestione cromatica e corposa, quasi a rincorrere dei frutti rotolanti, scivolati dalle pagine di una delle sue prime opere:
............. 

(dalla prefazione di Zena Roncada a Mele Rosse

 



LA SUSINA


Sopra l'albero obliquo in declivio,
c'è un uomo che trema sul più esile
ramo e tende la mano in affanno
verso l'ultimo
frutto.

Sotto, altra mano
distende la bimba,
con altro respiro sussulta.

Fra l'uno e l'altra,
in quel gesto, sta sospesa una piccola cosa
del gentile universo.


da Mele Rosse, di Luigi Manzi


 

   Scritto, trascritto o riscritto da Giovanni Monasteri
   Pubblicato alle ore 20:29
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